Gatto e Tigre. Due formidabili predatori.

Eto-Ecologia Felina

Da diverso tempo circolano in rete post e piccoli “compendi” circa l’invasività e la pericolosità del felino domestico.
Tali articoli di cui oggi siamo qui a discutere, sono divulgativi:
ossia scritti non scientifici e destinati al pubblico per informare (non formare).
(proprio come questo stesso articolo)
Queste produzioni sono opera di un’ interpretazione personale degli autori, che prendono spunto da una letteratura non troppo recente e molto discussa in eto ecologia.

Si tratta di articoli di statistica descrittiva volti ad una raccolta dati, a volte parziali,
senza alcuna intenzione di dare un giudizio o una spiegazione.
Lo scopo di queste pubblicazioni (quelle scientifiche) è di creare un quadro chiaro, come una fotografia, per poter poi comprendere quali siano e giuste domande da porsi e in che modo orientare gli studi e progettare possibili soluzioni.

Risulta chiaro come l’interpretazione di questi paper, da parte degli autori di questi testi divulgativi, vada presa con le molle e di conseguenza, anche la loro lettura critica debba essere condotta con estrema attenzione.
Lasciandovi il piacere e la libertà di interpretare la letteratura riportata (nella sezione : “bibliografia”), vogliamo invece illustrarvi il
nostro personale pensiero
circa questa campagna “mediatica”, riportando i punti critici di questi post divulgativi contro felis silvestris catus.

Gestione della specie felina: realtà o illusione?

Gatto a caccia

Pur volendo avere l’utopica illusione di poter gestire la popolazione dei gatti domestici, per contenere e ridurre il numero delle predazioni, non solo con interventi di sterilizzazione, ma anche con dubbio contenimento delle uscite o “riduzione delle colonie” ; dobbiamo ammettere che tutte queste pratiche lasciano fisiologicamente scoperta” buona parte della popolazione felina.
Le pratiche di sterilizzazione ad esempio, sono già largamente attuate in italia, soprattutto dalle asl veterinarie, dalle numerose associazioni animaliste e dai privati stessi.
Appare dunque un suggerimento più retorico che realmente propositivo.
Stessa utopia la ritroviamo nel generare un handicap predatorio applicando il campanellino al gatto, il quale, si evidenzia in diversi degli studi riportati, non è particolarmente efficace nel ridurre la predazione.

Invasione di conigli in Australia

Prospettare tale soluzioni significa progettare soluzioni
irrealizzabili o non funzionali a problemi effettivi.
A meno di ricorrere, come già è avvenuto in altre parti del mondo, ad abbattimenti di massa o a programmi di eradicazione ​ con un
dubbio valore etico e conservazionistico.
Infatti l’esperienza ci insegna che, influenzare il processo evoluzionistico con un’azione esterna, può essere controproducente.
Proprio come accadde per l’utilizzo del lepovirus in Australia per l’eradicazione del coniglio.

Negli articoli si afferma che, è vero che i gatti ci sono sempre stati, ma i tempi con cui la specie sia coevoluta con l’uomo e abbia subito il processo di domesticazione, sono stati troppo brevi affinché, le specie predate, abbiano potuto adattarsi per compensare la pressione predatoria.

Le domande che sorgono spontanee in merito sono dunque:
Brevi per chi?
Sulla base di quale sistema di riferimento temporale?
Secondo quali parametri di evoluzionismo dinamico?

Ciò esita in una mancanza di risposte in merito.

Se una specie non avesse modo di accogliere input adattativi in migliaia di anni oggi vivremmo in un deserto.

Discorso a parte meritano ovviamente le isole e ambienti in cui la specie felina era assente, come ad esempio la bellissima isola di Linosa, dove il felino domestico sta avendo un grave impatto sulla popolazione della Berta Maggiore.
Così come è stato con i conigli in Australia o con le infettive portate dall’uomo nelle americhe.
Tutte introduzioni di specie alloctone.

Gatto in agguato

Resta indiscusso il fatto che la concorrenza biologica del domestico possa essere considerata il un certo qual modo “sleale” .
Il gatto di casa viene alimentato, è in salute, non ha certo bisogno di cacciare per procurarsi il cibo, le sue battute di caccia non sono necessariamente finalizzate al consumo della preda e hanno un tasso di successo ​ tra il 10% e il 50%.
Probabilmente la predazione del gatto domestico non è ad oggi inquadrabile in un ​ gesto analizzabile in maniera completa e contestuale con le dinamiche evoluzionistiche​ , ma allora perché tentare
di inquadrarlo?
Ancor più:
Perché connotarlo negativamente a priori?

Come si riporta sopra, i gatti ci sono sempre stati, così come ci sono sempre stati flussi di espansione e diminuzione di tutte le specie, ma si aggiunge in siffatti articoli, che oggi sono molti di più.
Una valutazione al limite della “spannomentria”.

Molti di più infatti in base a quale riferimento?
Dove?
Con quali delle caratteristiche sopra citate?

E’ un’affermazione molto rischiosa, un po’ come dire che ad oggi, ad esempio, una patologia è più frequente rispetto al passato.
E’ più frequente ora o non veniva diagnosticata in precedenza?
In buona sostanza aprire finestre temporali su fenomeni che riteniamo inizino ad esistere solo nel momento in cui li misuriamo, si configura sovente come un metodo potenzialmente fallimentare.

Allora cosa fare?

In medicina comportamentale veterinaria sono molte le patologie feline derivanti dalla reclusione del micio di casa come l’ansia da limitazione del territorio.
A poco valgono l’arricchimento ambientale e il gioco di predazione in casa, per la gestione di patologie come quella sopra citata.
Soprattutto se il gatto era abituato a vivere in un territorio vasto e variegato, con interazioni sociali e libertà di esplorazione.

Costringerlo in un ambiente controllato avrebbe le stesse ripercussioni etiche del favorire una predazione incontrollata.

Si tratta di impasse etico, come nel dilemma del treno di Philippa Ruth Foot 1967:
http://www.lescienze.it/news/2011/12/03/news/uno_o_cinque_quando_uccidere_il_male_minore-715117/

Dilemma del treno

Il nostro ruolo come “tutori” della specie in questione ​ e dovere come proprietari del singolo individuo ​ si muove sulle strade già intraprese:

  • controllo delle nascite (anche nell’interesse stesso degli individui)
  • gestione sanitaria delle colonie
  • possesso responsabile del felino domestico, salvaguardando i suoi bisogni e la sua salute: fisica e mentale
  • Prevenzione igienico sanitaria delle zoonosi e delle malattie trasmissibili

Il campanellino?

Gatto con collare di sicurezza e campanello

Se poi voleste seguire qualche suggerimento di dubbio valore eto-ecologico oltre che etico (abbiamo già menzionato la scarsa utilità),
per salvaguardare qualche preda, potrete applicare un collarino con dissuasore e chiusura di sicurezza .

Dovrete essere però consapevoli che gatti e campanelli
NON sono una bella accoppiata ed è un oggetto al limite del maltrattamento.

Il gatto stesso è una preda, dunque un campanellino lo renderebbe più individuabile inoltre, in virtù del suo udito fenomenale, il sonaglio potrebbe stordirlo, innervosirlo o spaventarlo, rendendo per lui complicata anche una “semplice” fuga.
Il collare poi è un oggetto pericoloso.
Può impigliarsi causando la morte per strangolamento del micio che lo indossi.

In conclusione

La scienza non chiude mai le porte ad una nuova scoperta o a nuovi studi.

Se tali ricerche dovessero dimostrare la reale pericolosità su ampia scala del gatto, è e sarà nostro dovere individuare soluzioni adeguate.

La cosa più importante però è certamente e rimane la
riduzione dell’impatto antropico sulle specie predate.
La graduale scomparsa degli habitat naturali e l’espansione delle aree urbane rendono impossibile per le specie a rischio avere una nicchia ecologica che non subisca influenze esterne.
Illuminazione, strade e autostrade, agricoltura, abitazioni, inquinanti, sono tutti fattori che hanno un impatto su qualsiasi specie.
Il gatto è un predatore fenomenale, ma risulta sempre piuttosto peculiare incontrare una ghiandaia o una beccaccia in città.
Così come è tristemente diffuso imputare la squilibrio degli habitat ad altre specie che di certo non stanno causando la (nemmeno troppo lenta) morte del pianeta.

Si ringrazia Alessio Pieragnoli per il confronto da cui è scaturito questo articolo.

Bibliografia

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